Le aree limitrofe a Chernobyl, dove l’uomo è assente da più di trent’anni, diventano sempre più un piccolo concentrato di biodiversità. Nel corso degli ultimi anni, all’interno della Zona di Alienazione – lo spazio dove la presenza umana è vietata data la contaminazione da radiazioni – siano tornate in pianta stabile varie specie animali, alcune delle quali non abitavano più questa regione da decenni. Ed ecco che le aree vicine alla centrale nucleare di Chernobyl sono diventate luogo prediletto da un branco di rari equini selvatici: i cavalli di Przewalski.

Gli equini, del tutto pacifici e autosufficienti, avrebbero approfittato di alcune strutture abbandonate dall’uomo – in particolare fienili – dove formare dei branchi di esemplari del tutto stanziali.

Questi esemplari – così chiamati in onore dell’esploratore polacco Nikołaj Przewalski – sono anche conosciuti come cavalli della Mongolia. Rispetto ai classici equini, questi cavalli si caratterizzano per un corpo più tozzo e un’altezza più ridotta, nonché per un mantello bruno solcato da una striscia bianca sul ventre. Poiché il patrimonio genetico rimane molto simile proprio a quello dei comuni cavalli, sono possibili delle ibridazioni.

I primi avvistamenti locali di questa specie, quasi esclusivamente selvatica, sono avvenuti 15 anni fa, quando all’incirca 36 esemplari sono stati identificati lungo il confine tra l’Ucraina e la Bielorussia. Nel 2008 questa popolazione risultava raddoppiata e oggi appare stabile nel numero di rappresentanti, tuttavia si tratterebbe di branchi ancora troppo piccoli perché si possa parlare di una vera rinascita. Sono infatti necessari degli sforzi ulteriori di conservazione, affinché la popolazione possa essere geneticamente differenziata, evitando quindi fenomeni di inbreeding che potrebbero alimentare problematiche varie data dalla scarsa rimescolanza genetica.

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Dal monitoraggio tramite fotocamere, installate in punti strategici della porzione bielorussa della zona di alienazione, è emerso come questi cavalli sfruttino i fienili abbandonati sia d’estate che in inverno: nella stagione calda per ripararsi dal caldo e dagli insetti, mentre in quella fretta per ridurre l’esposizione alle temperature gelide tipiche di queste zone.

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