Un’esperienza nuova… anzi, antica

Il viaggio in Italia ha radici lontanissime. Dal Medioevo le strade d’Italia sono state battute da pellegrini, artisti, studiosi, mercanti predicatori, oltre che da banditi ed avventurieri. Il viaggio a Roma, in particolare, anche quando vennero meno i caratteri penitenziali, restò una tappa fondamentale nella vita di molti viaggiatori. Tuttavia all’inizio i viaggiatori spesso guardavano a stento ciò che li circondava e, se lo facevano, davano alla loro testimonianza un carattere pragmatico (per esempio un libro che ci informa sulle merci e sui prezzi in vigore) o parziale (una raccolta di mirabilia, per esempio, da cui l’uomo medievale era incline a vedersi circondato).
La vera svolta verso una nuova idea del viaggio si ebbe alle fine del XVI secolo quando il viaggio acquistò valore per le sue intrinseche proprietà. Indipendentemente dalla motivazione di soddisfaree questo o quel bisogno, il viaggio come fine a se stesso, in nome della curiosità, del sapere e della conoscenza da un lato e del piacere dell’evasione, del puro divertimento dall’altro. Come dicevamo questa idea innovativa cominciò a diffondersi in Europa sul finire del XVI secolo e si incarnò nella voga del ‘Viaggio in Italia’ alla fine del secolo successivo divenne la tappa privilegiata di un ‘giro’ che i giovani rampolli dell’aristocrazia europea, gli artisti, gli uomini di cultura, cominciano a intraprendere con regolarità. Il ‘giro’ presto diventa una moda e con il Grand Tour nasceva il viaggio continentale.

Si trattava di intraprendere un lungo viaggio che poteva durante anche tre anni e che aveva come destinazione innanzitutto le città italiane ricche di ricordi storici ed elementi artistici e culturali come Venezia, Roma e Firenze, ma anche città europee. Era un modo di completare la formazione acquisita sui libri tramite un simile contatto con i luoghi dell’arte. I protagonisti erano giovani di un’età compresa fra i 16 e 22 anni, accompagnati in questa esperienza da un tutor, di solito una persona di molta cultura, scelta fra artisti e letterati, indispensabile per la maturazione culturale e spirituale. Al tutor si aggiungeva anche un valletto. Il Gran Tour veniva programmato per tempo e con molto entusiasmo. Ovviamente, il viaggio non comprendeva soltanto una sosta nei luoghi d’arte, ma comportava anche forti spese per frequentare teatri, concerti e ristoranti risiedere in costosi alberghi. Infine durante il viaggio, il giovane acquista dei ricordi di valore come quadri, gioielli, mobili, medaglie, monete o reperti archeologici di grande valore. Un momento molto importante del viaggio era il contatto con un pittore noto, spesso durante un soggiorno prolungato a Roma, a cui veniva commissionato un ritratto o una tela rappresentante un paesaggio. È per questo motivo che numerosi pittori (come Canaletto) o incisori vivevano a Roma per approfittare dal punto di vista economico di tale opportunità. Nel XVIII secolo questo fenomeno raggiunge il suo massimo fulgore e acquista connotati di vera e propria consuetudine didattica. L’arte della vita con gli altri non si impara in uno studio, il viaggio aggiunge conoscenza e pratica, formando un carattere capace di adattarsi ad ogni ambiente e classe sociale.

Il termine tour chiarisce come la moda di questo viaggio si specifichi in un ‘giro’ – particolarmente lungo e ampio e senza soluzione di continuità, con partenza e arrivo nello stesso luogo – che può attraversare anche i paesi continentali ma ha come traguardo prediletto e irrinunciabile l’Italia. Non più l’Italia degli itinerari medievali, certo, ma l’Italia delle cento città la cui fitta trama urbana diventa la meta prediletta di un nuovo pellegrinaggio. Elemento fondamentale del Gran Tour è la carrozza, ora intesa come strumento di trasporto ora come autentico emblema di un’epoca in cui il benestante poteva intraprendere il viaggio con propria carrozza e servitù, o a “noleggio” con l’ingaggio di un vetturino mentre il borghese viaggiava con le normali carrozze da “posta”. La descrizione di una carrozza inglese in giro per l’Italia ci è fornita dai Tales of a Traveller (1822):
“Chi ha visto nel continente una carrozza inglese di tipo familiare, avrà notato l’impressione che essa provoca: è una sintesi dell’Inghilterra, un piccolo lembo della vecchia isola che va caracollando per il mondo. Tutto è stipato, accogliente, ordinato e su misura. Le ruote volventi su assi brevettate prive di cigolii; la cassa ben sospesa su molle, cedevole ai movimenti ma protettiva ad ogni urto. Poi la cassetta e la serpa, cariche di servitù ben vestita, nutrita a manzo, e altera, che dall’alto guarda il mondo circostante con sovrano disprezzo, ciecamente certa che ogni cosa non inglese sia sbagliata.”

La carrozza è quindi il simbolo centrale dell’epoca dei grandi viaggi, studiata in tutti i particolari come un piccolo appartamento per garantire a chi si sarebbe seduto nei vari posti in quella che sarebbe stata la dimora per i futuri cinque o sei mesi tutti i piaceri del viaggio.

 

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